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venerdì 18 novembre 2016

Spuntano come funghi negozi cosmetici monomarca

Spuntano come funghi negozi cosmetici monomarca

Spuntano come funghi negozi cosmetici monomarca

 
La strategia di distribuire una marca cosmetica puntando prevalentemente su punti vendita monomarca, in franchising o con altri tipi di “controllo”, è stata più volte premiata dal successo.
Questa strategia di distribuzione pare premiare rapidamente sia come vendite che come valore del brand.
La forza del brand viene artatamente dilatata, aumentando il numero di punti vendita.
Le crescite reali vanno però analizzate considerando le same-store sales, cioè il volume delle vendite a parità di punti vendita.
Considerando questo fattore la crescita delle marche che hanno puntato sui negozi monomarca è destinata a trovare un suo equilibrio .
La catena di negozi può essere di proprietà, richiedendo un investimento notevole della casa madre, o con formule come il franchising dove l’affiliato ( franchisee) si fa carico della quota di investimento più importante nell’apertura del nuovo punto vendita.
Questa formula ha il grande vantaggio di “autofinanziare” la crescita distributiva. Più un marchio diventa appetibile, più è facile reperire investitori disposti ad aprire nuovi punti vendita.
I marchi che operano in franchising possono ovviamente anche aprire punti vendita di proprietà.


BODY SHOP

A suo tempo esplose il fenomeno The Body Shop. Una vera e propria case history da citare durante le lezioni di direzione aziendale. Anita Roddick partì da un ”negozietto” inglese nel 1976 per poi creare un colosso ceduto a L’Oreal per 652,3 milioni di sterline ( dell’ordine di 1 miliardo di €) nel 2006.
Lo straordinario successo si associa anche alla strategia di associare valori extra-funzionali al prodotto cosmetico.
La capacità di dare una forte identità al brand fu esemplare.
Body Shop è stato il primo marchio di successo a cavalcare tenacemente temi etici, animalisti ed ecologisti.
È stato anche il primo caso dove il giornalismo investigativo di  Jon Entine sulla rivista Business Ethics  ha messo in discussione chi vantava platealmente sentimenti  ed impegno animalista, comportamenti etici e solidali, donazioni caritatevoli.
Per il consumatore è difficile verificare quanto c’è di vero dietro alla pubblicità di tutti questi comportamenti e gesti nobili, associata alla vendita di un prodotto di consumo come il cosmetico.
Il termine GREENWASHING pare sia nato in quella occasione.
Il marchio opera in franchising.


LUSH

Simile la partenza di LUSH, un “negozietto” nel 1994 a Poole , in Inghilterra.
Simili anche molti valori extra-funzionali comunicati: attivismo animalista, pacifista, ecc..
Più originale la caratterizzazione del prodotto con l’idea “appetibile” dei cosmetici HAND-MADE, vegetariani, biologici ecc..
Lush promuove anche l’idea del cosmetico “fresco”, non destinato all’eternità.
Nonostante le scelte per certi aspetti radicali che caratterizzano la marca, la comunicazione non assume toni “talebani”.
Il marchio opera in franchising.

BOTTEGA VERDE

In Italia per anni tra i fatturati più alti nei prodotti skin care italiani abbiamo avuto Bottega Verde. La diffusa esterofilia può far perdere di vista un fenomeno tutto italiano che sfortunatamente non siamo riusciti ad internazionalizzare adeguatamente. Anche per Bottega Verde la storia parte da un “negozietto”. In questo caso una erboristeria a Pienza in Toscana, nel 1972.
Il marchio non ha assunto i caratteri “militanti” che tanta fortuna hanno portato a Body Shop e Lush, ma in Italia è l’indiscusso leader del cosmetico cosiddetto “naturale” ed anche in Europa se la gioca a testa alta con altri marchi “green”.
Il marchio opera in franchising.


MAC COSMETIC

Nata nel 1984 in Canada, raccontano, addirittura nella cucina dei 2 fondatori, male up artisti insoddisfatti dei prodotti presenti sul mercato.
Ha aperto il primo negozio monomarca a New York nel 1991. Cinque anni dopo entrò sotto il controllo del gigante USA Estèe Lauder. Con migliaia di punti vendita monomarca ( dato non certo )  i report degli analisti finanziari raccontano che nel mondo venga venduto un rossetto o un eyeliner MAC ogni 2 secondi.
Il posizionamento del marchio MAC sembra più mass-tige staccandosi da Estèe Lauder e dagli altri marchi del gruppo sempre più orientati al lusso.
La forte crescita dell’e-commerce ha visto il marchio MAC in prima fila nell’abbandonare  tutti i canali tradizionali di comunicazione puntando solo su quella digitale.
Il marchio non opera in franchising.

KIKO

Anche questa è una storia tutta italiana, dove il gruppo imprenditoriale Percassi  ha intuito nel 1997 che c’era spazio per un nuovo marchio nel make-up con posizionamento e distribuzione diversi da quelli tradizionali.
La forte crescita, anche in piena recessione economica, fa pensare che l’intuizione fosse giusta;  penso che anche la esperienza e competenza nel retailing monomarca nel mondo del fashion debbano aver giocato la loro parte.
Con un target più giovane e questa congiuntura economica, la marca KIKO ha avuto uno straordinario successo posizionandosi nel mass market .
Il marchio non opera in franchising.
The Aesop Story

AESOP

Chi viaggia molto all’estero avrà notato un brand emergente. Anche se non è distribuita solamente attraverso i negozi monomarca AESOP ha puntato su un discreto numero di aperture di punti vendita “firmati”.
La marca australiana , in realtà è controllata dal gigante brasiliano delle vendite dirette NATURA, cerca un posizionamento premium / masstige.
Concludendo:
in un mercato ad alta redditività i successi miliardari di linee cosmetiche  partite da zero distribuite attraverso catene di negozi monomarca fanno pensare che questo sia un percorso “più facile” per una start-up cosmetica.
In realtà, come sempre: uno su mille ce la fa.

Rodolfo Baraldini
pubblicato 23 ottobre 2014
  
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2 Commenti



  1. un paio di notazioni: The Body Shop in Italia ha fatto il percorso inverso, negli ultimi 7/8 anni ha chiuso quasi tutti i monomarca (anche in posti strategici tipo Roma Termini e via del Corso), ora se ne contano meno di 10 e punta tutto sull’ecommerce (la volontà di non sparire dal mercato italiano è dimostrata anche dal fatto che invia puntualmente prodotti alle blogger)
    MAC Cosmetics nasce da un fotografo e un parrucchiere, partner nella vita e nel lavoro, con l’idea di creare trucchi che non fossero teatrali da utilizzare per photoshoots, e l’approccio nel tempo non è cambiato perché si rivolge in primis ai professionisti del settore (a cui dedica tutta una serie di iniziative, anche di carattere scontistico), poi al “resto del mondo”.
    Non opera in franchising ma in Italia ha una strutturazione molto particolare perché non ha solo monomarca ma anche counters Coin gestiti in maniera diversissima dagli stores (e in verità ha qualcosa “del genere” anche negli USA).

     


    • Grazie per le note e precisazioni. La parabola Body Shop è interessante non solo perché è stata la “prima” monomarca di successo e le era dovuta la prima posizione nel mio sintetico excursus. Il marchio è ancora al 23° posto e ritengo si trovi in quella posizione di equilibrio ( commerciale/finanziario ) dove le same store sales non crescono. Visto che di marketing ne capiscono, sarà interessante vedere che strada intendono percorrere a parte l’e-commerce su cui ormai tutti puntano.

       

 

lunedì 18 luglio 2016

Dr. Hauschka: la prima linea cosmetica SENZA ACIDO IALURONICO!*

Dr. Hauschka: la prima linea cosmetica SENZA ACIDO IALURONICO!*

Dr. Hauschka: la prima linea cosmetica SENZA ACIDO IALURONICO!*

Crema alla cotogna per il giornoManuMela mi scrive:
“finalmente” sono arrivati in Italia i tanto amati (dal web) prodotti del dott. Hauschka.
Non capisco mai chi si nasconda dietro certe aziende e soprattutto non capisco se la loro fama è meritata o è frutto di un buon lavoro di marketing.
Giusto per farle un esempio le mando un INCI, così magari può farsi un’idea.
Questa è la formula di una crema per pelli normali:
Inci name: water (aqua), prunus armeniaca (apricot) kernel oil, anthyllis vulneraria extract, pyrus cydonia seed extract, alcohol, daucus carota sativa (carrot) root extract, glycerin, butyrospermum parkii (shea butter), prunus amygdalus dulcis (sweet almond) oil, olea europaea (olive) fruit oil, cetearyl alcohol, persea gratissima (avocado) oil, althaea officinalis leaf extract, simmondsia chinensis (jojoba) seed oil, beeswax (cera alba), pyrus cydonia wax, lysolecithin, bentonite, hamamelis virginiana (witch hazel) bark/leaf extract, fragrance (parfum), citral*, citronellol*, geraniol*, limonene*, linalool*, eugenol*, benzyl benzoate*, xanthan gum.
* componente degli oli essenziali naturali
La mia valutazione personale è decisamente alta. Una delle migliori nel segmento green: chiamato anche eco-bio
Premetto che mi piace il pane tedesco, specie con le noci e ho in grande simpatia alcuni dei modelli educativi ispirati a Rudolf Steiner, pertanto alcuni miei giudizi positivi possono essere condizionati da queste simpatie.
La intrigante domanda di ManuMela, cosa si nasconde dietro ?, nel caso del marchio dr. Hauschka™ richiede un risposta articolata.
Non si tratta infatti di una della tante marche cosmetiche sbucate come funghi per inseguire la moda del cosmetico eco-bio.
Si tratta di una di quelle marche che questa moda l’ha creata. Ispirato alla filosofia antroposofica dietro alla marca c’è un “movimento” che ha parzialmente influenzato la cultura e la società tedesca dell’ultimo secolo.
Questa linea cosmetica nacque alla fine degli anni 60 , quando una estetista Elisabeth Sigmund chiese di sviluppare cosmetici al dott. Rudolf Hauschka, chiedendo che i cosmetici rispondessero a precise linee guida: tutto naturale, il più possibile estratti da piante officinali.
Per praticare la sua “medicina naturale” il dott. Hauschka, che già prima della guerra aveva sposato le dottrine antroposofiche, si era creato un proprio giardino botanico coltivando varie piante medicinali. Quindi “dietro” c’è una storia ed una filosofia che caratterizzano fortemente la marca.
Cosa c’è davanti ?
Una marca cosmetica , con una chiara identità e prodotti concepiti nel rispetto rigoroso di una filosofia e che raramente hanno fatto compromessi col marketing e col mercato. http://www.dr.hauschka.com/it_IT/

Nel marasma di disinformazione e furberie del mercato cosmetico si deve riconoscere alla Dr.Hauschka una coerenza e correttezza nella comunicazione al consumatore superiore alla media.
COERENZA E RIGORE. Nella linea non compaiono solari o cosmetici con attivi molto comuni: acido ialuronico, acido ascorbico . Evidentemente i compromessi e le deroghe necessarie per produrre e commercializzare questo tipo di prodotti sono incompatibili con il concetto di “COSMESI NATURALE” di questa marca.
Il prodotto segnalato da ManuMela è una crema con la cotogna come “ingrediente etichetta”. http://www.dr.hauschka.com/it_IT/prodotti/crema-alla-cotogna-per-il-giorno/
Nella lista ingredienti pyrus cydonia seed extract compare in 4a posizione per cui l’estratto di semi di cotogna si trova nel cosmetico in quantità non irrisorie a meno che non conteggino anche il solvente.
Si intuisce un crema con relativamente pochi oli ma con una importante componente cerosa. Sempre dalla cotogna viene estratta una delle cere presenti in formula: simmondsia chinensis (jojoba) seed oil, beeswax (cera alba), pyrus cydonia wax. Con sistemi cerosi come questo si può ottenere una occlusività analoga o superiore a quella dei petrolati, quindi una forte riduzione della TEWL e conseguentemente un’alta idratazione cutanea.
Nonostante sia una crema giorno, non escludo che d’estate possa risultare per pelli mediterranee un po’ pesante. Purtroppo gli inci di ingredienti con EXTRACT, non dicono nulla della composizione e degli attivi funzionali che possono contenere. Anthyllis vulneraria extract, pyrus cydonia seed extract, daucus carota sativa (carrot) root extract, althaea officinalis leaf extract sono utilizzati anche da altri produttori di cosmetici, green e non green.
Quanta acqua è presente in un estratto di vulneraria ( Anthyllis vulneraria extract ) contenuto in un cosmetico?
Impossibile per il consumatore capire se grazie a loro il cosmetico contiene molti antiossidanti, polifenoli, polisaccaridi, tannini, saponine, mucillagini o semplicemente acqua. Quando gli inci con extract si trovano all’inizio della lista ingredienti di un cosmetico, viene spontaneo domandarsi se e come viene conteggiato il solvente d’estrazione.
Una delle poche possibilità che ha il consumatore di riconoscere la presenza di attivi sta nel colore del prodotto finale. Se l’estratto di carote apporta quantità anche minime di carotene il colore del prodotto finale si sposterà verso l’arancio.
Visto che il mondo, ed in particolare il mondo vegetale, è bello colorato; creme assolutamente bianche hanno una minor probabilità di contenere estratti erbali con alte concentrazioni di attivi.
La produzione è verticalizzata, con una azienda del gruppo che produce le materie prime cosmetiche “strategiche”. La filosofia della marca porta poi ad utilizzare delle materie prime strategiche anche i “residui” di produzione.
Della cotogna si utilizza sia l’estratto dai semi, sia la cera dalle bucce. Come altri prodotti della linea il sistema conservante non si basa su ingredienti classificati e approvati dalla normativa come conservanti. Sono quindi self-preserved, cioè autoconservati.
Compare tra le prime posizioni l’ALCOHOL che in sinergia con acidi  ed alcoli volatili degli estratti botanici dovrebbe garantire la stabilità antimicrobica. L’ALCOHOL è un ingrediente cosmetico controverso. Nonostante sia classificato come cancerogeno è ammesso nel cosmetico grazie ad una serie di compromessi normativi e deroge. Il regolamento e la classificazione CMR delle sostanze bandite non lo cita in quanto sostanza normalmente contenuta negli alimenti. Comunque troppo alcohol può non far bene alla pelle e nelle formulazioni skin care si cerca di limitarne l’esposizione, calcolando che comunque in poco tempo sulla pelle evapora.
Rispetto al passato ho notato nelle liste ingredienti della Dr. Hauschka l’alcohol in posizioni più arretrate , cosa che fa pensare che ne abbiamo ridotto le concentrazioni. Encomiabile l’utilizzo di alcohol non denaturato. Per chi produce industrialmente cosmetici, le norme ed il regime fiscale con cui si può trattare alcohol non denaturato sono particolarmente pesanti.
La linea prevede la detersione con creme detergenti, una soluzione che mi piace e condivido, dove la detergenza comporta una componente restitutiva di emollienti dermocompatibili. http://www.dr.hauschka.com/it_IT/prodotti/crema-detergente/
In molte creme il sistema emulsionante sfrutta la stabilizzazione pickering, con argille, inci: bentonite o hectorite.
Si tratta di polveri insolubili che si posizionano , con un discreto aiuto dato dalle cere, sulla superficie di interfaccia tra la fase acqua e la fase olio. Oltre all’effetto opacizzante si riduce la presenza di carrier e penetration enanchers che compensa la presenza di concentrazioni sensibili di alcohol.
La linea esplicita chiaramente una data di scadenza dei cosmetici. Lo dovrebbero fare per tutte le formulazioni che contengono ingredienti con una shelf-life relativamente breve e purtroppo pochissimi, green e non green, lo fanno.

MI VIENE DIFFICILE TROVARE QUALCOSA DA CRITICARE.
Trattamento intensivo purificante fino a 25 anniTrattamento intensivo purificante da 25 anni Trattamento intensivo pelle sensibileNei trattamenti intensivi , in alcuni paesi li hanno chiamati anche Ritmici, la lista ingredienti contiene estratti e minerali “in rhythmitised dilution”. Significa in diluizione ritmizzata o ritmica, ammesso che la cosa significhi qualcosa.
Sospetto che ci si voglia richiamare ai fondamenti della antroposofia, all’esoterismo steineriano ed ai “ritmi della vita”.Sono argomenti immersi in una nebbia di pseudoscienza che “suonano bene” nella pubblicità ma che “funzionano” solo se ci si crede.

La comunicazione evidenzia i soliti claim privativi non giustificati o motivati:
  • Priva di profumazioni, coloranti e conservanti sintetici
  • Priva di oli minerali, parabeni, siliconi e PEG
Si tratta di una comunicazione che può diventare pregiudizievole , diffondendo insensate campagne chemofobiche.
* Con il titolo ironico: la prima linea cosmetica SENZA ACIDO IALURONICO , volevo evidenziare l’insensatezza di questo tipo di comunicazione SENZA QUESTO, SENZA QUELLO; indipendentemente dal fatto che sicuramente ci sono anche altre linee senza acido ialuronico e che non ho controllato tutte le liste ingredienti della Dr. Hauschka.
Denotare poi che i potenziali allergeni sono componenti di “oli essenziali naturali” sembra quasi voler far intendere che fanno meno male. Chi è allergico ad una sostanza sa bene che il fatto che provenga da oli essenziali naturali non la rende meno problematica.
Concludendo:
una delle marche green, o eco-bo, più qualificate e coerenti, con alle spalle tecnologie e risorse formulative ai massimi livelli.
La filosofia formulativa, puntando su generici “estratti” vegetali, non può focalizzarsi su efficacia e funzionalità. Il retaggio della cultura omeopatica poi tende a non accentuare il rapporto efficacia/concentrazioni. 
Nella comunicazione della marca sembra più importante la filosofia della linea, le erbe biodinamiche centellinate, le regole di sostenibilità che si sono dati, piuttosto che l’efficacia del cosmetico. Almeno non scrivono che le loro creme fanno sparire le rughe o i segni dell’età in pochi giorni e non riempiono la pubblicità di discutibili test di autovalutazione.

Non manca qualche smagliatura nel concept:
Quanto sono “biodinamici” o naturali i pigmenti del make up? Non utilizzano tubi o flaconi in plastica , ma che plastica/resina utilizzano come protezione interna dei tubi in alluminio ?
e tante altre, apparenti incongruenze o incoerenze.

Ma di fronte al dilagare di disinformazione e bufale cosmetiche, le loro sembrano davvero piccola cosa.

Rodolfo Baraldini

articoli correlati: GREENWASHING : la saga delle ECO-BUFALE COSMETICHE

Pubblicato 10 maggio 2014
 
               
 

domenica 3 luglio 2016

Solari ecobio 2016 a confronto

Solari ecobio 2016 a confronto

Solari ecobio 2016 a confronto


 Il segmento eco-bio del mercato cosmetico ha vissuto una forte crescita. I claim che vantano, molto ambiguamente, virtù ecologiste o “biologiche” dei cosmetici fanno vendere ed a prezzi più alti, incontrando una domanda di valori extra-funzionali, dove la disinformazione può avere buon gioco sulla inconsapevolezza dei consumatori. I cosmetici solari sono soggetti a precise restrizioni, sia sugli ingredienti sia sulla comunicazione della loro capacità di proteggere e non lasciano la stessa libertà di formulare e comunicare degli altri cosmetici.

- Greenwashing! Dannato greenwashing!
- Cosa significa “solare eco-bio”?
- Libere interpretazioni delle norme
- La Saponaria
- Acorelle
- Officina naturae
- Lavera
- Omia
- Alverde
Ciò nonostante molte marche cresciute nel segmento eco-bio stanno offrendo cosmetici per protezione solare formulati, in modo molto simile tra loro, e comunicati come rispondenti alla domanda di un cosmetico più ecologico e biologico. La quota complessiva di vendite di solari di questo segmento è molto piccola rispetto al totale anche se su internet, effetto delle strategie marketing che puntano sul ZMOT, sembra che se ne parli moltissimo. Grandi produzioni come quelle private label della GD/DO hanno lanciato linee di solari “green”, ma la linea con i solari Viviverde della Coop non è più sugli scaffali. Evidentemente c’è qualche problema.


Greenwashing, maledetto greenwashing!
↑
Il greewashing, cioè vantare infondate virtù ambientaliste, impera visto che nella UE non è regolamentata la aggettivazione pubblicitaria dei termini “ecologico” o “biologico” del cosmetico, così come, a monte, nessuno sa, neppure i filosofi, cosa realmente si intenda per “naturale”.
Visto che fa vendere e che è facile e poco costoso verniciare una etichetta di verde, l’etichetta verde piace a chi deve avviare una nuova marca o a chi vuole incrementare le vendite coprendo nuovi segmenti.

Cosa significa “solare eco-bio”?
↑
Non so esattamente cosa caratterizzi un solare per definirsi “eco-bio” ed ho l’impressione che ogni marca se la canti e se la suoni a proprio comodo, alcune prendendo palesemente per il naso i consumatori.
Cosa che fa innervosire inevitabilmente chi come me ritiene che le problematiche ambientali non siano vuote ciancie, buone per qualche chiacchiera al bar o in salotto. Nel cosmetico più che nell’alimentare è evidente che “bio” non significa affatto più sano o meno pericoloso, ma se proprio si vuole utilizzare questa aggettivazione almeno che lo si faccia con qualche logica e coerenza.
Circolano le assurdità più sconcertanti.
Alcuni classificano come filtri solari “Bio” solo i filtri minerali, che essendo minerali di biologico non hanno proprio nulla, neppure un briciolo di chimica organica a monte. Alcuni classificano come “eco”logici prodotti solari pieni di sostanze gravemente ittiotossiche per di più confezionati in contenitori plastici non biodegradabili, magari, ciliegina sulla torta, con un bel astuccio in cartoncino non riciclato. Insomma non ha senso discutere della coerenza tra i prodotti ed il loro vantarsi di essere eco-bio e non credo sia un caso che marche cosmetiche leader del segmento, che si ispirano con maggior rigore e coerenza a filosofie che valorizzino questi valori alla fine hanno deciso di non offrire solari nel loro catalogo. Mi riferisco a Weleda e Hauschka, che sospetto considerino le formulazioni dei cosmetici solari incompatibili con i capitolati “biologici” o i dettami steineriani. Anche i marchi Burt&Bees ed Herborist, poco conosciuti in Italia, ma leader mondiali con vendite del segmento green anche 50/100 volte superiori a quelle dei tipici marchi eco-bio italiani, non offrono prodotti per protezione solare, ma solo qualche doposole.


Libera interpretazione delle norme
↑
Quando negli anni passati ho dato una occhiata ai solari eco-bio mi sono fatto l’idea che alcuni interpretassero le norme e raccomandazioni europee sui solari in modo molto diverso da me. Sembra che molti non sapessero o non considerassero ad esempio che l’ossido di zinco, fino ad aprile di quest’anno non era un filtro solare autorizzato nel cosmetico europeo. Adesso che sono passati vari anni ed è autorizzato, l’ossido di zinco nei solari non è più un problema, ma vedo ancora prodotti frutto di una interpretazione delle norme e della raccomandazione ben diversa dalla mia.
fonte: http://teanatura.com/
Scrivono nel sito: “Pur non potendo definire in etichetta un numero di protezione certo, il prodotto ha una protezione ai raggi solari definibile attorno a SPF 20.”

Le indicazioni sull’efficacia dei prodotti per la protezione solare dovrebbero essere semplici, chiare e pertinenti e basarsi su criteri normalizzati e riproducibili.” La raccomandazione europea non prevede una classe “ELEVATA” di protezione, tutt’al più “ALTA” ma in questo caso solo con un SPF superiore a 30 e non 20. Da quello che comunica l’azienda il consumatore potrebbe non ricavare alcuna indicazione chiara e pertinente sull’efficacia della protezione. Inoltre il prodotto vanta la discutibile presenza di “filtri vegetali” .
Crema Solare Media Protezione 30 Fonte:http://www.alkemillacosmetici.it/index.php?id_product=161&controller=product
Crema Solare Media Protezione 30

Un altro prodotto con una libera interpretazione della relazione tra SPF e classe di protezione. Il consumatore non può capire l’effettiva classe di protezione del prodotto visto che se fosse un SPF 30 la classe definita dalla raccomandazione dovrebbe essere ALTA e non MEDIA.
Insomma: o è SPF 30 o è protezione MEDIA
ANTHYLLIS_50SPF Fonte:http://www.pierpaoliecobio.it/prodotti/anthyllis-crema-solare-spf-50/
….Olio di semi di Karanja, pianta che contiene filtri naturali UVB, estratto di Pongamia, contentente Pongamol, un filtro naturale …

Il prodotto vanta la presenza di filtri naturali e vegetali riferendosi al pongamol ed all’olio di karanja quando il regolamento europeo recita esplicitamente : prodotti cosmetici non possono contenere Filtri UV diversi da quelli elencati nell’Allegato VI e Pongamol e olio di karanja non sono per nulla elencati nell’allegato VI.

Prezzi e informazioni rilevate in rete nei siti delle marche o nei siti di vendita on-line.
Ingredienti FILTRI UV autorizzati in caratteri color BLU.
Commenti e opinioni personali nei riquadri rosa.

La Saponaria, Crema solare alta protezione SPF 30 ↑
Prezzo 18,5 € per 125 ml corrispondenti a 148n €/litro
http://www.lasaponaria.it/prodotti/Crema-protettiva-SPF-30.html  Crema solare alta protezione SPF 30
Ingredienti: Aqua, Polyglyceryl-3 Polyricinoleate, Olea Europea Fruit Oil, Titanium Dioxide, Zinc Oxide, Caprylic/Capric Triglyceride, Glycerin, *Alcohol, *Prunus Amygdalus Dulcis Oil, *Cocos Nucifera Oil, Dicaprylyl Ether, *Heliantus Annuus Seed Oil, Alumina, Stearic Acid, *Simmondisa Chinensis Oil, *Argania Spinosa Kernel Oil, *Linum Usitatissimum Oil, Magnesium Sulphate Eptahydrate, Hydrated Silica, *Daucus Carota Root Extract, Tocopherol, *Chamomilla Recutita Flower Extract, Bisabolol, Oryzanol, Polyhydroxystearic Acid, Magnesium Stearate (*da agricoltura biologica).
Tipica emulsione W/O retta dal Polyglyceryl-3 Polyricinoleate. Filtri metallici con presenti i tipici ingredienti, Alumina, Stearic Acid, utilizzati come rivestimento (coating) per ridurre le reazioni fotocataliche del Titanium Dioxide, Zinc Oxide, non dichiarati di nanodimensioni.

ACORELLE – HUILE SOLAIRE SPF 30 HAUTE PROTECTION ↑
Prezzo 28,5 € per 75 ml corrispondenti a 380 €/litro
Fonte:http://www.acorelle.com/index
INGREDIENTS : PONGAMIA GLABRA (KARANJA) SEED OIL*, PARFUM (FRAGRANCE), BISABOLOL, TOCOPHEROL, HELIANTHUS ANNUUS (SUNFLOWER) SEED OIL, HELIANTHUS ANNUUS HYBRID OIL*, OLEA EUROPAEA (OLIVE) FRUIT OIL*, PROPOLIS EXTRACT*, POLLEN EXTRACT*, BENZYL BENZOATE, BENZYL SALICYLATE, EUGENOL, GERANIOL, LINALOOL
Nessun FILTRO UV autorizzato dalle norme. La confezione presente nei negozi italiani ( NaturaSi ) è diversa. Ho già espresso ampiamente ( Pongamia oil:filtro solare o ecobufala?) le perplessità che mi genera l’utilizzo dell’olio di karanja come filtro solare eco-bio.
Al di là del fatto che, per le norme, non è un filtro UV che può essere contenuto in un cosmetico europeo non mi fiderei minimamente della protezione che promettono.
Il prodotto è pubblicizzato: senza zinco !!!

Officina Naturae – crema fluida solare SPF 30 protezione alta ↑
Prezzo 18,5 € per 125 ml corrispondenti a 148 €/litro
Fonte: http://www.officinanaturae.com
Ingredienti: aqua, polyglyceryl-3 polyricinoleate, olea europea fruit oil, titanium dioxide, zinc oxide, caprylic/capric triglyceride, glycerin, alcohol*, prunus amygdalus dulcis oil*, cocos nucifera oil*, dicaprylyl ether, alumina, stearic acid, helianthus annuus seed oil*, simmondsia chinensis oil*, argania spinosa kernel oil*, linum usitatissimum oil*, magnesium sulphate eptahydrate, hydrated silica, pyrus cydonia fruit extract*, calendula officinalis flower extract*, chamomilla recutita flower extract*, tocopherol, bisabolol, oryzanol, polyhydroxystearic acid, magnesium stearate.
La somiglianza con la lista ingredienti del prodotto La Saponaria è talmente alta che per i commenti basta dire: “vedi sopra”.

Lavera – crema solare SPF 30 protezione alta ↑
Prezzo scontato 7,99 € per 75 ml corrispondenti a 105,33 €/litro
http://www.lavera.de/en/products/p/sun-cream-spf-30-412/?no_cache=1
Lavera Crema Solare SPF 30 - 75 ml Ingredienti: Aqua, Helianthus Annuus Hybrid Oil*, Titanium Dioxide, Polyglyceryl-3 Polyricinoleate, Dodecane, Alcohol*, Caprylic/Capric Triglyceride, Glycerin, Helianthus Annuus Seed Oil, Butyrospermum Parkii Butter*, Sodium Lactate, Hydrogenated Castor Oil, Mangifera Indica Fruit Extract*, Simmondsia Chinensis Seed Oil*, Daucus Carota Sativa Root Extract*, Capsicum Annuum Fruit Extract, Behenyl Beeswax, Stearyl Beeswax, Stearic Acid, Alumina, Xanthan Gum, Beta-Carotene, Tocopheryl Acetate, Tocopherol, Ascorbyl Palmitate, Parfum**, Limonene**, Linalool**, Geraniol**, Citronellol**, Citral**, Coumarin**, Eugenol**, Benzyl Benzoate**, Benzyl Alcohol**
Tipica emulsione W/O retta dal Polyglyceryl-3 Polyricinoleate. Filtri metallici con presenti i tipici ingredienti, Alumina, Stearic Acid, utilizzati come rivestimento (coating) per ridurre le reazioni fotocataliche del Titanium Dioxide, non dichiarati di nanodimensioni.

OMIA ECOBIOSUN – LATTE SOLARE VISO CORPO ADULTI SPF 30 ALTA PROTEZIONE ↑
Prezzo scontato 14,9€ corrispondenti a 74,5 €/litro
Fonte: http://www.omialab.it

Ingredienti: Aqua, Titanium Dioxide (NANO), Caprylic/Capric Triglyceride, Glycine Soja Oil, Poly- glycerol-3 Polyricinoleate, Coco-Caprylate, Coco- Caprylate/Caprate, Isopropyl Myristate, Isopropyl Palmitate, Dicaprylyl Ether, Argania Spinosa Kernel Oil, Alumina, Stearic Acid, Hydrogenated Vegetable Oil, Sesamum Indicum Seed Oil, Polyglyceryl-2 Sesquioleate, Glyceryn, Helianthus Annuus Seed Oil, Brassica Campestris Seed Oil, Simmondsia Chinensis Seed Oil, Cocos Nucifera Oil, Polyhydroxystearic Acid, Daucus Carota Sativa Root Extract, Daucus Carota Sativa Seed Oil, Beta-carotene, Bisabolol, Sodium Chloride, Ascorbyl Palmitate, Tocopherol, Tocopheryl Acetate, Phenethyl Alcohol, Ethylhexylglycerin Parfum.
Già segnalato tra i prodotti da supermercato rientra a pieno titolo tra i solai cosiddetti eco-bio. Tipica emulsione W/O retta dal Polyglyceryl-3 Polyricinoleate. Filtro metallico nano con rivestimento (coating) per ridurre le reazioni fotocataliche .

Alverde – Sensitiv Sonnenmilch Jojoba LSF 30 ↑
Prezzo 6,95 € € per 200 ml corrispondenti a 34,75 €/litro
Fonte: Alverde – naturkosmetik-sensitiv-sonnenmilch
Sensitiv Sonnenmilch Jojoba LSF 30
Ingredienti: Aqua, Cocoglycerides, Titanium Dioxide (nano), Helianthus Annuus Seed Oil*, Isoamyl Laurate, Polyglyceryl-2 Dipolyhydroxystearate, Glycerin, Polyglyceryl-3 Polyricinoleate, Simmondsia Chinensis Seed Oil*, Helianthus Annuus Seed Cera, Magnesium Sulfate, Olea Europaea Fruit Oil, Alumina, Stearic Acid, Glyceryl Caprylate, Levulinic Acid, Tocopherol, p-Anisic Acid, Sodium Levulinate *ingredients from certified organic agriculture
Anche se da noi non è distribuito, considerando che il segmento eco-bio è sostenuto dalle vendite on-line, mi era utile dare un occhiata ad un altro prodotto, acquistabile online, ma posizionato per la GD/DO tedesca. I prezzi al litro in questo canale sono spesso un terzo dei prezzi in altri canali, cosa che, viste le formulazioni quasi sempre molto simili, se non identiche, rende i cosmetici solari eco-bio venduti in questo canale quelli con il miglior rapporto qualità/prezzo.
Si tratta di una emulsione W/O retta da Polyglyceryl-2 Dipolyhydroxystearate e Polyglyceryl-3 Polyricinoleate con filtro metallico nano con rivestimento (coating) per ridurre le reazioni fotocataliche
Rodolfo Baraldini
pubblicato 24 giugno 2016
               
 

martedì 3 novembre 2015

Biodegradabile ? Ecologico ? Meditazioni di un ecologista agnostico.

Biodegradabile ? Ecologico ? Meditazioni di un ecologista agnostico.

Biodegradabile ? Ecologico ? Meditazioni di un ecologista agnostico.

ANCHE SE LE FARFALLE POSSONO CON UN BATTITO D’ALI SCATENARE UNA VALANGA, NON STERMINATE LE FARFALLE !
Ho visto nascere l’ecologia. Cioè ho una età per cui ho visto comparire e diventare di uso comune il termine “ecologia”.
Già ! allora, primi anni ’60, neppure si sapeva cosa significava la parola ecologia e quando si cominciò ad utilizzarla fece scalpore e colpì l’immaginario collettivo. Ricordo anche un film “Ecologia di un delitto” che molti andarono a vedere incuriositi dal titolo di cui non si comprendeva il significato .
Sospetto che anche ora molti parlino di ecologia e di problematiche ambientali senza comprenderne bene la enorme complessità.
Una delle prime scoperte di noi “ecologisti” dilettanti della prima ora, quei pochi che hanno provato a studiare la materia, fu che l’ecologia studia sistemi complessi, a volte caotici. Tanto complessi che spesso si è portati a trarre conclusioni affrettate e semplicistiche basate su modelli molto parziali che cercano di rappresentare la realtà.
Quando Lorenz ( il metereologo, non quello che faceva da mamma agli anatroccoli ) teorizzò come un battito d’ali di una farfalla in Cile potesse essere la causa di una valanga sull’Hymalaia ( ma forse era una farfalla in Brasile che scatenava un tornado nel Texas ), teorizzò brillantemente un modello, che oggi viene citato da molti, più o meno propriamente. Non descrisse la realtà, infatti nessuna valanga si è mai staccata in Hymalaia per colpa di farfalle cilene o del fatto che qualcuno a Roma ha acceso la luce. Il modello di Lorenz descrisse abilmente come certi fenomeni ( all’interno di sistemi complessi o caotici ) fossero per lo più imprevedibili.
Per questo faccio molta fatica a esprimere valori ecologici o ambientali per i cosmetici ed i loro componenti. Pur essendo estremamente sensibile alle tematiche ambientali ed ecologiche, non vorrei che qualcuno sterminasse tutte le farfalle cilene per ridurre il rischio di valanghe.
Questa premessa un po’ lunga per approfondire la risposta a Margot che chiedeva:
… dato che per assoluti non possiamo parlare, possiamo dire che tendenzialmente le sostanze sintetiche creano problemi a livello ambientale e sono quindi tendenzialmente più nocive di composti costituiti da molecole presenti in natura? Quale è la tua opinione al riguardo ?
credit: Defiling Mother Nature di Mark Muitenwerf

Con la premessa che di ecologia e di scienze ambientali evidentemente non ne capisco molto, la mia opinione è che:
Non possiamo dire in assoluto che le sostanze sintetiche creano problemi a livello ambientale né possiamo dire che sono tendenzialmente più nocive di composti da molecole presenti in natura.
La naturalissima ricina è sicuramente più tossica del polypropilene e la sintesi chimica è un processo con cui si possono realizzare sostanze di tutti i tipi: tossiche e non tossiche, degradabili e non degradabili, presenti in natura ( ma la vulgata del “presenti in natura” è un nonsense da definire ) e non presenti in natura.
Marketing, mode e tifoserie ecologiste danno per certi ed assodati argomenti e convincimenti che mi piacerebbe fossero verificati con un approccio scientifico.
Mi restano i miei dubbi. Sul cosmetico con valenze ecologiche mi pongo e pongo a chi legge alcune domande.
Sono passati ormai più di 8 e 6 anni da quando posi domande analoghe nel forum di Fabrizio Zago e in quello di Lola.
Da allora il mercato del cosmetico che vanta meriti o qualità ecologiste è aumentato notevolmente, ma la risposta alle mie domande io non l’ho ancora trovata.
1° Perché sono considerati, e a volte certificati, come ecologici tutti quei cosmetici che non contengono neppure un milligrammo di paraffina ma utilizzano contenitori in plastica non biodegradabile?
2° Perché sono considerati, e a volte certificati, come ecologici filtri solari come l’Ossido di Zinco che hanno un impatto NEGATIVO sulla biologia acquatica (ittiotossici) ?
3° Sono più degradabili 500mg di silicone ( inci:DIMETHICONE) o una bottiglia di vetro ?
Rodolfo Baraldini

pubblicato 29 gennaio 2014

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giovedì 6 agosto 2015

LO STANDARD EUROPEO PER LA CERTIFICAZIONE “NATURALE” DEI COSMETICI: non esiste !

LO STANDARD EUROPEO PER LA CERTIFICAZIONE “NATURALE” DEI COSMETICI: non esiste !

LO STANDARD EUROPEO PER LA CERTIFICAZIONE “NATURALE” DEI COSMETICI: non esiste !

LA BUFALA “NATURALE”
Da anni ormai il mercato cosmetico vede una continua crescita della richiesta di prodotti cosiddetti ” naturali ” o “biologici”.
Il termine americano con cui si definisce tutta l’area del biologico, come viene inteso in europa: cioè agricoltura senza pesticidi ecc. ecc. è ORGANIC.
Nell’ambito di una tipica operazione marketing , chiamata dagli esperti del settore “greenwashing”, per vendere di più, tante marche e prodotti si sono “convertiti” al naturale o all’organic, dichiarando apertamente che queste erano specifiche qualità del loro cosmetico .
Peccato che nessuno sappia di preciso cosa significa essere “naturale” quando si parla di un prodotto o ingrediente cosmetico.
Il primo più evidente paradosso è che questi prodotti “naturali” ad esempio vantano spesso di non contenere paraffina o derivati del petrolio. QUESTO E’ UN ASSURDO (UN NONSENSE ESEMPLARE) infatti non c’è nulla di più naturale del petrolio, che non è altro che “fossile vegetale” che l’uomo si è ritrovato in natura , scavando qualche buca nel terreno.
In realtà il mercato confonde apertamente in questo caso il concetto di “naturale” con il concetto di “GREEN”, quindi ecologico, sensibile alle problematiche dell’ambiente. Ed in effetti il petrolio ed i suoi derivati, sono chiaramente “naturali” ma non possono essere considerati una risorsa rinnovabile.
D’altra parte non esiste una norma armonizzata e chiara che definisca cosa è “naturale” nell’ambito cosmetico, per questo è diventato normale che si autodefiniscano ed autocelebrino come “naturali” dei cosmetici che semplicemente non contengono paraffine o petrolati al loro interno.
Nella confusione generale, da tempo sono nate attività, a volte di natura privata ed a fini di lucro, per la “CERTIFICAZIONE”, di cosa era “naturale” o ” organic” e di cosa invece non lo era.
L’evoluzione storica di queste attività è stata costellata di disciplinari e prontuari caratterizzati agli inizi dalla superficialità ed incongruenza di alcune delle specifiche che venivano redatte. Visto che tutta la cosmesi pecca spesso di ascientificità se non illogicità dei suoi assunti, non deve stupire che i disciplinari di certificazione organic e naturale siano stati , almeno nelle prime formulazioni, costellati di nonsense.
Nel tempo, l’esperienza, ma anche il giro d’affari sono cresciuti enormemente ed oggi alcuni disciplinari non presentano grossolane incongruenze e possono essere considerati un punto di partenza per definire correttamente cosa è naturale o organic nel cosmetico e cosa non lo è.
Peccato che questo approccio privatistico, non consente di definire uno standard armonizzato, cioè certo e uguale per tutti.
Al contrario non mancano enti e marche che si vantano di applicare uno standard di certificazione europeo del cosmetico.
Questa pratica è stata giudicata, fuorviante ed scorretta ai danni del consumatore da parte della commissione europea, che è stata obbligata a redigere una nota a chiarimento.
AD OGGI NON ESISTE UNO STANDARD EUROPEO DI CERTIFICAZIONE DEL COSMETICO NATURALE O ORGANIC


Rodolfo Baraldini

Pubblicato il 22 marzo 2012
   

 

domenica 31 maggio 2015

Ossido di zinco – Perchè non è autorizzato il suo utilizzo come filtro solare?

Ossido di zinco – Perchè non è autorizzato il suo utilizzo come filtro solare?

Ossido di zinco – Perchè non è autorizzato il suo utilizzo come filtro solare?

Gianfranca mi scrive:
.. scrivo per chiedere info su un filtro solare,l’ossido di zinco. Di norma si può usare nei solari!? Pensavo non fosse possibile….

L’ossido di zinco non solo non è un filtro solare autorizzato, ma il regolamento recita esplicitamente (art.14) che i prodotti cosmetici non possono contenere Filtri UV diversi da quelli elencati nell’Allegato VI .
Non a caso, per quanto ne so, nessuna grande impresa commercializza nella UE cosmetici solari basati sull’ossido di zinco. Inoltre l’efficienza filtrante cioè il rapporto tra concentrazione e SPF dell’ossido di zinco è molto inferiore a quella del biossido di titanio, quasi la metà; quindi per realizzare SPF molto alti con solo l’ossido di zinco se ne dovrebbe mettere concentrazioni altissime, roba da fango semisolido, altroché latte o crema.
La questione finisce qui, visto che non sono richieste approvazioni prima della messa sul mercato di un cosmetico, le aziende che decidono di commercializzare solari basati sull’ossido di zinco lo fanno assumendosi rischio e responsabilità per la sicurezza del prodotto e conformità al regolamento.

Ma la domanda che magari interesserà solo poche menti cosmeticamente disturbate è:
perché non è tra filtri solari autorizzati nel cosmetico, cioè nella lista dell’allegato VI del Regolamento ?

È uno dei pochi ingredienti cosmetici che può vantare l’utilizzo e quindi test su centinaia di milioni di persone e per centinaia di anni.
Filtra sia gli UVA che gli UVB. È autorizzato in molti paesi USA, Canada, Giappone, Australia ma da noi la severa commissione che valuta gli effetti sulla salute dei diversi ingredienti cosmetici non l’ha inserito nell’allegato VI del Regolamento.
L’industria chimica e cosmetica europea da anni sta cercando senza successo di farlo inserire nella lista dei Filtri Solari autorizzati.
La commissione che decide quali ingredienti inserire negli allegati si è sempre rifiutata di farlo. Vediamo cosa succederà ora che, ormai 17 mesi fa, il comitato scientifico SCCS si è pronunciato:
” the use of ZnO nanoparticles with the characteristics as indicated below, at a concentration up to 25% as a UV-filter in sunscreens, can be considered not to pose a risk of adverse effects in humans after dermal application.”

Tra le caratteristiche dell’Ossido di zinco oggetto di questa opinione scientifica c’è anche in un apposito addendum
“ZnO nanoparticles that are either uncoated or coated with triethoxycaprylylsilane, dimethicone, dimethoxydiphenylsilanetriethoxycaprylylsilane cross-polymer, or octyl triethoxy silane. Other cosmetic ingredients can be used as coatings as long as they are demonstrated to the SCCS to be safe and do not affect the particle properties related to behaviour and/or effects, compared to the nanomaterials covered in the current opinion “.
Da notare che l’SCCS considera sicuro l’ossido di zinco usato come “colorante” in ogni altro cosmetico e che:
“Any cosmetic products containing ZnO particles (nano or non-nano) with coatings that can promote dermal penetration will also be of concern.”
Va chiarito che sono ben diversi i ruoli della commissione che decide e legifera e del comitato che esprime opinioni scientifiche.
Sul perché ci sia una così grande resistenza alle pressioni della industria chimica e cosmetica che chiede di inserire l’ossido di zinco tra i filtri solari, l’unica risposta corretta è:

non lo so.

La domanda può essere posta anche in altri termini:
Cosa hanno trovato che non va nell’ossido di zinco quelli della commissione europea che invece non hanno trovato analoghi organi regolatori americani, australiani o giapponesi ?
Risposta analoga.
Posso fare solo congetture.
1°- Il comitato scientifico è molto più sensibile alle problematiche ambientali di tanti nostri guru dell’ecologia e marche che cavalcano con gioia e profitto il “greenwashing”.
Le ragioni per cui l'ossido di zinco debba essere considerato un ingrediente eco-bio vanno ricercate negli imperscrutabili meandri del marketing cosmetico
L’ossido di zinco è altamente tossico per gli organismi acquatici e può provocare a lungo termine effetti negativi per l’ambiente acquatico.

La tossicità su organismi di altre specie non comporta la tossicità per l’uomo, che infatti è relativamente bassa, è comunque indicativa del fatto che non va maneggiato con leggerezza.
ECHA – RISK ASSESSMENT REPORT : ZINC OXIDE
2° I filtri solari metallici sono semiconduttori, ottimi fotocatalizzatori ed hanno una notevole fotoattività, cioè irraggiati possono “stimolare” molte reazioni radicaliche .
Qui però si dovrebbe capire perché il TiO2, per certi aspetti un fotocatalizzatore ancor più efficiente, è autorizzato mentre il ZnO no.
3° L’ossido di zinco è anfotero, reagisce diversamente in ambiente acido e basico. Se non ricordo male anche il TiO2 lo è, ma la sua reattività al pH cutaneo è molto inferiore. In sostanza le reazioni dell’Ossido di zinco sono più probabili, la sola esposizione all’umidità e anidride carbonica dell’aria può formare carbonato di zinco.
Se lo metti a contatto con acidi grassi e una molecola d’acqua saponifica , nelle lozioni dermatologiche con idrocortisone e prednisolone può reagire e “degradarli”.
4° Come altri ossidi metallici è normalmente contaminato da altri metalli.
La questione delle tracce “inevitabili” di metalli tossici nel cosmetico non è chiaramente normata.
In paesi come il Canada le massime concentrazioni di metalli tossici nei cosmetici sono definite chiaramente, non così nell’Unione europea dove il problema si riconduce alla responsabilità ed alle buone procedure della produzione (GMP) ed ad eventuali, rarissimi, controlli sul mercato.
Già nella fase estrattiva dello zinco ( galena + blenda ) il piombo ed altri metalli sono presenti .
Anche l’ossido di zinco di maggior purezza può contenere più di 10 ppm di piombo.
Il fatto che la materia prima risponda ai requisiti della farmacopea europea non garantisce che le tracce di piombo siano molto inferiori.
Visto che il piombo è uno dei metalli tossici la cui presenza nel cosmetico produce più preoccupazioni ( vedi piombo nei rossetti ) le sue tracce devono essere attentamente monitorate quando si utilizza un ingrediente che le contiene.
Le lavorazioni per realizzare ossido di zinco in forma nano possono comportare una riduzione delle tracce di altri metalli tossici ma chi produce cosmetici con questo tipo di ossidi metallici dovrebbe monitorare attentamente la presenza di metalli tossici.
Penso che la commissione europea sia particolarmente sensibile al problema non normato delle impurità nocive che possono trovarsi in un ingrediente cosmetico, altrimenti non si spiegherebbe l’inserimento del petrolatum e affini nella lista delle sostanze “proibite”.
5° L’ossido di zinco può penetrare ?
L’argomento penetrazione cutanea è il più controverso.
Nello studio più recente, 2014, su animali ( faccio notare la cosa visto che tanti consumatori comprano i cosmetici influenzati dall’ingannevole claim: NON TESTATO SU ANIMALI ) Dermal absorption and short-term biological impact in hairless mice from sunscreens containing zinc oxide nano- or larger particles si è notato che penetra, anche di forma non nano.
Ci sono ricerche in vitro e su animali, umani e non, che dicono che penetra, che non penetra, che penetra solo un po’, che penetra solo se è nano, che penetra se formulato in una certa maniera ecc.
Non ho certo le competenze per discutere questa valanga di dati in parte contrastanti.

La mia opinione è che Lo zinco, in forma ossido, agisca prima di tutto come barriera, visto che è un metallo la chiamerei “armatura”, ma che un po’ penetri anche, magari non in forma ossido. Visto che la possibile penetrazione è ampiamente sotto la soglia per cui è considerato sicuro come micronutriente, non mi preoccuperei molto delle possibili reazioni.
L’ossido di zinco è un patrimonio secolare della cosmesi.
È insensato far la guerra alle sostanze così come amarle.
Tutto dipende da noi e da come le utilizziamo.

Rodolfo Baraldini

pubblicato 29 maggio 2015

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Riferimenti:
 
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